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Home | Consultazione psicologica | Il Linguaggio del Cancro

Il LINGUAGGIO DEL CANCRO
dr. Cristiano Longoni
Psicologo psicoterapeuta - Unità di Cure Palliative
A.S.O. Maggiore della Carità di Novara

Carcinoma, melanoma, mesotelioma, adenocarcinoma, microcitoma e via discorrendo, così lo chiamano i forbiti, coloro che sanno di medicina e di salute, che scandiscono i secondi, i mesi e gli anni di vita di una persona.

Cancro oppure più banalmente tumore, persino “brutto male” è il nome più banale, più popolare, di coloro che hanno con esso un rapporto quotidiano, quasi cordiale come il nome che si da a qualcuno conosciuto, che almeno una volta nella vita è venuto a farci visita colpendo una persona cara o addirittura noi stessi.

In qualsiasi modo lo si chiami, qualunque sia il grado di rapporto che abbiamo avuto con esso, è indubbio che oggi, in questa società così intenta nel tentativo di esorcizzare in ogni modo il lutto, il cancro è sinonimo di morte più che di malattia.

Le statistiche, gli studiosi, il progresso scientifico non fanno che ripeterci che oggi di cancro “si vive”, che solo il quarantacinque per cento degli ammalati muore di tumore, cercando in ogni modo di farci vivere la malattia neoplastica come una qualsiasi, grave, altra malattia.

Ma la percezione, il “sentire” di chi lo sta affrontando non è questa, e per accorgersi di ciò basta frequentare per un periodo limitato di tempo qualsiasi centro oncologico, parlare con le persone che contro il cancro stanno combattendo, ascoltare le loro paure, i loro rimproveri, le loro verità e, soprattutto le loro parole.

Saper ascoltare ma, soprattutto, saper tradurre.

Tradurre sì, perché il cancro non è fortunatamente sempre la fine della vita, ma quasi sempre è la fine di un linguaggio, di un sentire e di un vivere come prima, come gli “altri”.

Parole, concetti e sensazioni che prima erano comuni, conosciuti e confrontabili, ad un tratto si trasformano in aspetti nuovi, sconosciuti e bui, non più facilmente comprensibili “dai sani”, che inevitabilmente si scontrano con l’impotenza di colui che percepisce una richiesta, ma non riesce a comprenderne il significato.

Termini quali corpo, progetto, affetti e persino dignità acquisiscono un sentire differente, subiscono una metamorfosi, trasformandosi in concetti estranei a coloro che vivono la malattia neoplastica e a chi, parente o amico, cerca costantemente di star loro accanto.

Il corpo, un tempo sostegno esistenziale ed espressione di vita, si trasforma nel suo significato profondo, diventando un fardello, un pericolo e persino un traditore.

Il “corpo che tradisce” diceva Victor Frankl, è l’emblema del distacco tra mente e soma, dove la volontà dell’individuo alla salute, si infrange su di un corpo che non risponde più al controllo e che diventa prima fonte di dolore e di angoscia.

Il mio corpo è l’unico che mi ha tradito, o io ho tradito lui”, diceva un mio paziente, nello sforzo immane di dare un significato alla malattia e alla sofferenza.
Ed ecco quindi che il corpo cambia il suo significato, il suo senso, diventando lentamente presupposto di malattia.

Il corpo malato, il corpo malattia, e ogni volta che ciascuno di noi perde il suo corpo e il suo significato, perde in qualche modo sé stesso e il suo intimo senso personale.
Perde il suo essere individuo.

L’uomo non è più un individuo malato, ma una malattia personificata e in quanto tale perde parte della sua dignità di uomo.

Quella perdita di dignità che ogni persona malata di cancro, può provare confrontandosi con un sistema socio-sanitario impermeabile alle richieste di attenzione alla persona e che, in molti casi, continua a rapportarsi al malato come ad una malattia e non come ad un individuo.

Ma anche la perdita di dignità che una persona malata può provare nella sofferenza, nel dolore e nella percezione di un Sé ormai incapace ad affrontare le normali azioni quotidiane.

La dignità come concetto esteso di “degnità”, dell’essere degno di sé, di ciò che si è stato per sé e per gli altri.

La perdita di dignità come perdita del significato personale, con la propria intima giustificazione di presenza nella vita.

Quell’intima giustificazione individuale che è genesi di ogni azione umana, promossa nel tentativo costante e generativo di progettare il proprio futuro e la propria vita e con essa il futuro e la vita dei propri affetti.

La malattia neoplastica, il cancro, diventa in molti casi interruzione del progetto di vita, trasportando la persona in una parentesi esistenziale statica e perpetua, “una sorta di lungo tunnel buio in cui né da una parte né dall’altra è possibile intravedere un piccolo spiraglio di luce. Non sai cosa fare, non sai se muoverti o rimanere fermo in attesa che accada qualcosa, che qualcuno possa accendere una luce!” (Roberto ottobre 2005)

Tutto si ferma, ogni progetto perde il suo significato, ogni “movimento” diventa inutile e affannoso.

Ogni pensiero, ogni emozione, ogni azione si dipingono del colore della malattia e assumono un orientamento circolare in cui il tempo e lo spazio si differenziano dalla persona per assoggettarsi al cancro e ai suoi significati.

Il malato, colui che vive la malattia, vive la solitudine e l’allontanamento da sé e di conseguenza tutto ciò che ha a che fare con la possibilità di vivere intensamente gli affetti.

La perdita del significato, un linguaggio e sentire diversi aumentano la sensazione di solitudine percepita e la difficoltà a far percepire questi stati d’animo agli altri.

L’affetto quindi, anch’esso, diventa ulteriore barriera e traditore e il rapporto con i propri cari diventa alienato e difficile.

Un affetto mal riconosciuto non riesce ad entrare totalmente nel rapporto, aumentando in alcuni casi a dismisura la sensazione di solitudine.

Ecco quindi che termini e sensazioni comunemente considerate come base per una vita serena, si trasformano totalmente diventando i primi persecutori del malato.

E’ a questo punto che forse si sente bisogno di qualcuno che possa, che riesca nel tentativo di tradurre le sensazioni e i termini giungendo alla possibilità di restituire un significato a ciò che si era perso, smarrito.

La sofferenza non si evita con le parole, la morte non si evita con i discorsi, ma tutto ciò che aveva un senso, tutto ciò che era progetto, affetto, persino dignità può, se accolto, se ascoltato, se tradotto, tornare a far parte della vita di una persona, sempre memori dell’unica grande verità: il cancro non è il malato che lo sta affrontando e l’individuo che vive la malattia, non è solo malato.

Il cancro non ha progetti, non è il corpo, non conosce dignità e non prova affetti … l’Uomo sì!
E ogni uomo, ogni malato, ogni persona può affrontare il suo male togliendo ad esso il significato e l’importanza di cui non è e non sarà mai degno.